Oggi viviamo in un mondo folle
Intervista di Repubblica a Brad Pitt.
In pole position c’è Jerry Bruckheimer, produttore di, tra gli altri, American Gigolò, Top Gun e Flashdance. Accanto a lui, il regista Joseph Kosinski (Oblivion, Tron: Legacy e Top Gun: Maverick) e l’attore premio Oscar Brad Pitt. Subito dietro, il sette volte campione del mondo di Formula 1, Sir Lewis Hamilton: alla première americana, la lista dei nomi che hanno lavorato al film F1 (dal 12 dicembre su Apple Tv+ dopo una prima uscita al cinema) è sinonimo di successo.
La traccia narrativa è semplice: basato sul mondo della Formula 1, Pitt interpreta l’ex pilota Sonny Hayes che torna alle competizioni per affiancare il compagno di squadra esordiente Joshua Pearce (Damson Idris). Nel cast anche Javier Bardem e Kerry Condon.
Mr. Pitt, in 40 anni di carriera ha interpretato decine di personaggi memorabili: cosa l’ha attratta in Sonny Hayes?
«La sua è una storia di redenzione. Tutti abbiamo avuto momenti difficili nella vita, tutti abbiamo dovuto rialzarci quando sembrava impossibile, e quando le probabilità di tornare in gioco sembravano pari a zero. I fallimenti ci aiutano a crescere. I miei lo hanno fatto: sono otto anni che ho smesso di bere e ho ribaltato completamente la mia vita. Tutti vogliamo una seconda possibilità, e una squadra che ci supporti. Nel mondo folle in cui viviamo oggi, penso che ci sia bisogno di raccontare queste storie positive, dove un gruppo di persone lavora per un bene comune».
Prima di lei, altre star del cinema sono passate dietro al volante, e non solo per un film: Steve McQueen, Paul Newman, Tom Cruise. In lei come nasce questa passione?
«Paul Newman diceva di essere un pilota automobilistico che faceva l’attore nel tempo libero. Mi sento un po’ come lui. Sono cresciuto guardando Jackie Stewart che correva in F1 agli inizi degli anni 70. Nei 90 mi sono appassionato alla MotoGP. Ho sempre amato i film sportivi e le motociclette, ne ho una bella collezione, tra cui una del designer giapponese Shinya Kimura, un vero artista».
Cosa le piace dei film sportivi?
«Tutto quello che accade durante una partita, che sia baseball come in Il migliore con Robert Redford, o basket come in Colpo vincente con Gene Hackman, è una metafora della vita, sono storie che ti emozionano a livello profondo, includono speranze, delusioni, successi. Erano 20 anni che cercavo di realizzare un film sulle corse automobilistiche. Ho provato con le moto, con le auto, ho provato diverse discipline, ma per qualche motivo non sono mai riuscito a concretizzare nessuna idea. Devo ringraziare Joe Kosinski e Jerry Bruckheimer che, dopo Top Gun: Maverick, hanno contattato Lewis Hamilton e gli hanno offerto il ruolo di produttore. Questo ci ha permesso di raccontare una storia mai girata prima, tecnicamente unica. Correre su un circuito è l’esperienza più viscerale che abbia mai provato».
Che cosa ha scoperto di nuovo?
«Un mondo dietro le quinte che non avevo idea esistesse. Cinquecento persone che lavorano insieme come un complesso meccanismo dove tutti hanno un ruolo molto specifico. F1 è un film che fa entrare nel mondo dei Gran Premi, che mostra cose che la maggior parte della gente non conosce. Nella Formula 1 ogni cosa è studiata nei minimi particolari e lo spostamento di un millimetro può cambiare completamente la guida. Per milioni di persone è una religione. Nel campionato ci sono dieci squadre, con due piloti per ciascun team. È l’unico sport in cui il tuo compagno è anche il tuo avversario, perché ogni pilota vuole essere il numero uno. Questo crea un dramma incredibile, ed è proprio da qui che abbiamo iniziato la nostra storia».
La novità del film è che avete girato nei veri circuiti durante la stagione della Formula 1. Come avete fatto?
«L’idea è stata di Toto Wolff, direttore del team Mercedes Amg Petronas F1, che è anche uno dei produttori esecutivi del film. Invece di costruire un’auto finta e cercare di renderla veloce, abbiamo iniziato con una vera auto da corsa, e poi montato le telecamere di cui avevamo bisogno. Uno dei compiti principali di questo processo è stato sviluppare un sistema di telecamere completamente nuovo, perché non era possibile aggiungere trenta chili di attrezzatura su un’auto da corsa e aspettarsi le stesse prestazioni in pista. Così abbiamo installato dei trasmettitori che controllavano il movimento delle telecamere, che a volte mostravano l’azione su 16 schermi contemporaneamente. La tecnologia è pazzesca».
E il risultato?
«Non abbiamo mai visto una velocità simile riprodotta su uno schermo. Lewis Hamilton vuole integrarla nel mondo reale della F1, in modo da poterla guardare in tv. Quando abbiamo iniziato, questo tipo di telecamere non esistevano. Abbiamo iniziato con il sistema sviluppato per Top Gun: Maverick e lavorato a stretto contatto con Sony. Insieme abbiamo creato dei congegni minuscoli che hanno permesso di riprendere noi attori alla guida. Lewis ha ripreso la sua corsa di Abu Dhabi, con una risoluzione in 4K, e una trentina di questi shot sono finiti nel film. Non abbiamo usato stuntman e non siamo trainati da un altro veicolo come avviene di solito in film di questo tipo: tutto è stato creato appositamente con l’obiettivo di catturare ciò che Lewis voleva sin dall’inizio, ovvero far provare al pubblico l’esperienza di guidare una di queste auto. Per il montaggio, poi, sono state usate più di 5.000 ore di riprese e i tecnici del suono hanno registrato l’audio su tutti i circuiti, perché Lewis sapeva che il suono sarebbe stato diverso in ognuno di loro, persino a ogni curva».
La cosa più difficile?
«Normalmente, quando si gira un film, si hanno ore o giorni per realizzare una scena. Siccome volevamo fare questo film dal vivo durante il Gran Premio, avevamo solo pochi minuti a disposizione. C’erano momenti in cui il regista diceva: “Preparatevi, se siamo fortunati riusciamo a fare tre riprese”. Specialmente per la scena iniziale a Silverstone. Abbiamo girato tre scene di fila in 15 minuti. Ci siamo preparati per mesi per essere pronti e non intralciare le corse ufficiali. Ma nessuno ti prepara a correre davanti a 200 mila spettatori, al caos dell’inizio di una gara di F1, alla tensione di non commettere nessun errore. Non ricordo un solo caso in cui qualcuno abbia sbagliato qualcosa, a volte c’erano persone che correvano in pista e volevano il mio autografo, ma alla fine abbiamo fatto un ottimo lavoro di gruppo. La pressione non ha fatto altro che migliorare la tensione narrativa del film: ha un’energia che sarebbe stato impossibile catturare utilizzando gli effetti speciali. E ringrazio tutti i team e i piloti che sono stati molto generosi e pazienti. È stata una delle esperienze più straordinarie della mia vita».
Il suo circuito preferito?
«Forse Silverstone, è il più divertente. È un evento enorme, quasi come essere a Woodstock con 400 mila persone accampate per tre interi giorni. Ha un sapore ancora un po’ antico, forse di com’era la Formula 1 degli anni in cui la guardavo in tv. Quando si tratta di una gara su strada come Monaco, chi si qualifica primo o secondo vincerà la gara a meno che non abbia un problema meccanico, perché è impossibile sorpassare, ma Silverstone è diverso, molto divertente da guardare».
Venticinque anni dopo Fight Club… che tipo diverso di preparazione ha adottato?
«In quel film non avevo assolutamente idea di cosa stavo facendo (ride)! Ci prendevamo a cazzotti senza neanche sapere come non spaccarci le dita. Qui ho dovuto imparare a guidare queste auto, a non schiantarmi, mi sono preparato per due anni, ho messo più di 10 mila km sotto il culo. È assurdo quello che possono fare questi gioielli, è assurdo quello che fanno i piloti. Hanno il ghiaccio nelle vene. Quando ho iniziato la mia carriera pensavo che se non avessi avuto successo, avrei potuto diventare camionista, sognavo di comprarmi un truck colossale di 18 ruote e lavorare viaggiando. Ma poi sappiamo com’è andata a finire...».
