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  • Dario Franceschini

Ricordo di Franco Marini

Intervento in Senato di Dario Franceschini in ricordo di Franco Marini.

Signor Presidente, è difficile distinguere le parole che devono valutare le esperienze pubbliche di Marini da quelle dell'affetto e dei ricordi personali che riguardano almeno il sottoscritto. Cinque anni senza Marini: più volte è venuto da chiederci cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe detto, come avrebbe giudicato. Di sicuro sarebbe stato protagonista, come è sempre stato protagonista delle svolte.

La svolta del sindacato, con l'equilibrio tra l'unità del sindacato e l'orgoglio e la dignità della CISL; la rottura del Partito Popolare, quando questo si è diviso in due e lui ha scelto la via, che riteneva obbligata per un cattolico democratico, del centrosinistra; il Governo d'Alema, la prima volta di un ex comunista al Governo e la fine delle preclusioni: dovremmo riflettere su quanto questo passaggio abbia consentito il percorso che oggi ha portato al Governo il presidente Meloni.
Avrebbe voluto una donna Presidente della Repubblica. Non riuscì in questa svolta: sarebbe stata la prima volta. Fu determinante nella nascita dell'Ulivo e del Partito Democratico. Fu protagonista per i ruoli importanti che ha ricoperto: segretario della CISL, segretario del Partito Popolare Italiano, Ministro, Presidente del Senato. Fu protagonista nei ruoli che non ha potuto ricoprire, ma che avrebbe potuto ricoprire. Egli è arrivato a un passo dal Quirinale.
In quella notte in cui, travolti dalla ricerca sbagliata del nuovo a tutti i costi, duecento franchi tiratori non lo votarono, quell'accordo generale che l'avrebbe portato al Quirinale andò in fumo. Eppure sarebbe stato un grande Presidente della Repubblica; un Presidente popolare. Qualcuno ha scritto: il Pertini cattolico. E forse sarebbe stato questo, perché era un uomo che piaceva molto, sincero, autentico.
E vengo ai ruoli non di primo piano che ha ricoperto. È stato dirigente organizzativo della DC di Martinazzoli e di Gerardo Bianco, della Margherita di Rutelli. Anche in questi ruoli secondari, egli ha determinato lo sviluppo dei processi politici. Questa è una lezione per tutti quei politici di oggi che immaginano che si debba per forza essere il numero uno; che non si possa essere, semplicemente e orgogliosamente, parte di una squadra, ma che bisogna essere il numero uno. 
Egli ha dimostrato che si possono servire il partito e il Paese e si possono guidare i processi politici senza necessariamente essere il numero uno, o essere alla guida. Gli sono stato amico, sono stato uno dei suoi figli politici, ho avuto condivisioni e scontri duri, recuperati e subito dimenticati. Ho imparato molto da lui, a cominciare dal suo «Mo' vediamo», dal suo modo di fare le trattative, che gli derivava dall'esperienza sindacale: era un maestro nelle trattative, anche politiche. Ho ritrovato cosa vuol dire l'amore per la propria terra e non una cosa retorica o simbolica. L'Abruzzo per lui era veramente la sua terra. Bisognava stare con lui una notte a San Pio delle Camere, a cena, a cantare, a guardare le montagne, a camminare in maglione, per vedere esattamente cosa aveva dentro, oltre a ciò che appariva dal suo ruolo ufficiale.
Di lui vorrei dare una definizione per cui si arrabbierebbe molto, sin quasi a reagire. Era un uomo buono, dietro la sua apparenza di uomo burbero e i suoi ruggiti, con cui spesso concludeva le discussioni. Si diceva che uccideva con il silenziatore. Eppure, dietro questa scorza, era un uomo buono d'animo, attento, generoso. (Applausi). Era un uomo capace di farsi voler bene dagli avversari e dalle persone con cui si stava scontrando. In questo tempo pieno di ipocrisie, pieno di troppi che recitano un ruolo per i social, per compiacere gli elettori, il primo in grado di riconoscere se le idee, anche così diverse e contrapposte alle proprie, sono autentiche, il primo a capirlo, è il tuo avversario politico, che riconosce se, pur con idee diverse e contrapposte, vivi la sua stessa passione politica. 
Franco Marini, l'alpino, ha segnato di passione autentica tutte le scelte della sua vita. Mi raccontava di suo nonno, emigrato in America e tornato a San Pio delle Camere, che ha passato gli ultimi anni della sua vita seduto su una panchina, appoggiato al bastone, come facevano i vecchi di una volta, guardando l'orizzonte, guardando nel vuoto. Le persone del paese lo salutavano con un «Ciao, Marini!» e lui rispondeva. Poi ha smesso anche di rispondere: guardava semplicemente lontano e chissà cosa pensava. (Il microfono si disattiva automaticamente). Forse pensava agli anni della giovinezza o all'America. Ecco, mi piace ricordare Franco Marini così, come suo nonno, come se fosse seduto in silenzio sulla panchina, a guardare i suoi monti e con un cenno - solo con un cenno - a indicarci la strada. 

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